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Francesco Savini,

Degli Stemmi e dei Gonfaloni di Teramo e dei suoi quattro quartieri

in "Teramo. Bollettino mensile del Comune di Teramo", anno II (1933), n. 7, luglio, pp. 3-6;

 

1. - Stemma della Città || 2. - Gonfaloni della Città || 3. - Stemmi e gonfaloni dei quartieri

 


1. - Stemma della Città

Che la nostra Città avesse fin dal M. E., al pari degli altri Comuni Italiani, stemma e bandiere proprie, siccome pure gli ebbero i suoi Sestieri, poi nel secolo XVI ristretti in Quartieri, non è da dubitare. Difatti, in quanto all'arma della Città, il più antico esemplare, almeno per quel ch'io sappia, lo veggiamo ancora infitto in opera musiva all'architrave della maggiore porta del Duomo, che è lavoro bellissimo commatesco del principio del secolo XIV, e che, con l'altro di Atri (Hatria), fiancheggia l'arma del romano Arcioni, Vescovo Aprutino.

Il campo è rosso, come si usa e si è usato sempre, e la scritta TERAMUM in lettere gotiche del tempo se non è sopra una banda come porta ora, è però posta in banda, ciò che è abbastanza.., araldico. Se non che la forma dello stemma della nostra Città, a parte qualche variazione subita, di cui or ora parleremo, in generale è la conseguente: banda con lo scritto « Teramum » accompagnata da due crocette in campo rosso e con corona or di Duca ed ora di Marchese.

La varietà, oltre quella della corona, segue anche nello smalto della banda e nella forma delle crocette e così ora veggiamo argentea la banda ed ora azzurra e le croci a volta s'incontrano piane ed a volta trifogliate. Ora tal varietà, come ognun sa, non può ammettersi e deve quindi stabilirsi una forma precisa e fissa di questo stemma, col sussidio della storia e dell'arte blasonica. La prima pochi o nulli elementi ci porge, giacchè recenti assai sono presso di noi i rimasti esemplari della cittadina impresa, e la seconda con le sue regole ci fornisce migliore e più sicura luce. Ad esempio nella Cappella di S. Berardo al Duomo abbiamo sulla cancellata d'ingresso alla medesima due stemmi uno di ferro battuto a martello, che, non indicando i colori, presenta però le crocette trifogliate. La corona è Ducale. Sull'arco poi è l'altro a colori e consiste nella banda azzurra con la scritta in nero Teramo e le crocette trifogliate d'azzurro in campo rosso con la corona pure Ducale. Sul portone del palazzo comunale vedesi su tavola recentemente dipinta quest'arma e non ha la stessa forma e gli stessi colori della precedente. Nell'atrio poi della Stazione ferroviaria di Teramo vedesi invece in questa foggia: Campo rosso, banda d'argento caricata dalla parola Teramum in nero e accompagnata da due crocette trifogliate d'argento. Corona di marchese: ai lati ha i 4 gonfaloni dei 4 rioni. In alcuni codici stampati Teramum appaiono pure la banda azzurra e le crocette piane. Nell' Ughelli (1) è inciso lo stesso così: scudo sannitico, campo rosso, banda d'argento con la scritta Teramum e crocette in nero (certo per speditezza e comodo dell' incisore). Nelle marche da bollo usa oggi il Comune il campo rosso, la banda d'argento caricata del motto Teramum e accompagnaté da due crocette piane d' argento. Queste sono le differenze, che scorgonsi in generale nelle altre riproduzioni dell'arma teramana. Ed ora stabiliamo la più ragionevole forma della medesima.

Quella che si vede dipinta nello stanzione è la più regolare per l'araldica ed è inoltre conforme ad una prescrizione che trovasi tuttora nell'archivio comunale di Teramo, e ove si dice, : « Scudo sannitico tagliato da banda a croci trifogliate d'argento e di colore bianco in Campo rosso corona di marchese e ai lati i 4 gonfaloni di quartieri ».

Abbiamo detto regolare, ed essa è veramente tale, perchè rispondente ai precetti di quell'arte. Difatti, posto che rosso debba essere il campo del nostro scudo, quale appare in tutti gli esempli posseduti, e stabilito che non può sovrapporsi metallo su metallo o smalto su smalto, non si devono mettere la banda e le croci azzurre sul rosso, ma invece su questo ultimo smalto deve porsi il metallo, che nel caso nostro è l' argento, quale risulta dalla maggiore parte degli esemplari sussistenti.

Un'obiezione di natura storica potrebbe opporsi a ciò, e sarebbe la seguente: Si sa dall'antico ed ora perduto Necrolagio della Cattedrale Aprutina, riferita ciall'Antinori (2) che alla caduta di S. Giovanni d'Acri, ai 18 maggio 1291, seguì la morte di parecchi crociati di Teramo, Campli, Civitella e S. Flaviano (ora Giulianova).

Si conosce pure dei più famosi scrittori d'araldica siccome il P. Menestier tra i Francesi il Conte Ginanni tra noi (3) che « le Città che alzano nello schudo la croce o ebbero parte in tale spedizione (4) o furono di parte guelfa » e Teramo, come sappiamo per la storia, seguì l'una l' altra. Quindi niun dubbio che le crocette usate dai Teramani nel loro stemma son derivate dalle crociate. Ma ecco l' obiezione, a detta degli storici i combattenti italiani usavano le croci azzurre, mentre quelle d'argento portavano i francesi: quindi, a tenore di questa sentenza i teramani dovrebbero portare d'azzurro le crocette. Noi diremo che, senza discutere il valore di questa tradizione, certo si è che essa non può accettarsi in senso assoluto, giacchè per parlar solo delle Città italiane, abbiamo croci di ogni smalto e d' ogni metallo nei loro scudi: così Milano, Genova, Alessandria, Padova hanno la croce rossa in campo d' argento, Como, Novara, Pavia e Vicenza portano la croce d' argrento in campo rosso, Messina la croce d'oro in campo rosso, Modena e Parma la croce azzurra sull'oro, Verona la croce d'oro sull' azzurro,

E la vicina Chieti porta il rosso alla croce d'argento accantonata da 4 chiavi d'oro, quindi per le regole dell'araldica e pel maggior numero di esempi, riterremo argentee la banda e le crocette del teramano scudo. In quanto alla forma di questo si può accettare la sannitica come, la più comune

Per la corona, diremo che in generale degli stemmi della Città essa dovrebbe essere turrita, ma siccome questa suole cangiarsi, a dir così in feudale, quando le Città possedevano feudi comitali, marchionali, ducali e via via, così Teramo, che teneva in feudo molti villaggi all'intorno, ben poteva cimare il suo scudo con una corona, che ora vediamo di marchese ed ora di duca, forse in quest'ultima foggia per inesperienza di pittori o disegnatori. Veramente non essendo quei fondi fregiati di verun titolo, tutt'al più la corona dovrebbe essere baronale, ma tutto considerato, può ammettersi la corona marchionale. Dunque lo stemma di Teramo può araldicamente descriversi così,: Di rosso alla banda d'argento caricata del motto Teramum (teramum) di nero, e accompagnata da due crocette trifogliate d' argento corona marchionale. Scudo sannitico coi quattro gonfaloni e bandiere del quartieri (descritto più innanzi) piegate e accollate ai lati dello scudo.

Oggi, sia per l'uso generale nelle Città, e sia per le disposizioni della Consulta araldica italiana, diremo, invece di, corona marchionale turrita.

 

 

2. - Gonfaloni della Città

Lo stendardo che nei Comuni del M. E. era il più gran simbolo della loro libertà ed indipendenza, non mancava certo al nostro in quell' epoca. Difatti se abbiamo la prima memoria nel 1347; come narra il Muzii (5) riportato dall'Antinori (6) e dal Palma (7), quando il magistrato del Comune, ordinando una spedizione contro certi ladroni, fece spiegare lo «stendardo dell' Università» . Pochi anni appresso, nel 1369 cioè, i teramani ed i camplesi, dopo lotte sanguinose pel possesso della montagna di Melatino detta ora di Battaglia, vennero a transazione e nell'atto di essa riferita dal Muzii (8) e dal Palma (9) si disse chei primi occuparono quel monte «cum banderiis explicatis».

Ecco dunque lo stendardo della Città. Anche nel secolo seguente si hanno memorie analoghe. Così gli statuti teramani del 1440 (10) stabiliscono le «insignia» e la «banderiam» che dovevano stare appese alle trombette del Comune e l'Antinori (11) toglie da un documento del 1484, che, nella lotta delle fazioni civile dei Mazzaclocchi e degli Spennati, questi ultimi militavano coll'insegna tolta della Città ». Dunque è certa l' esistenza dello stendardo cittadino nel M. E.; ma il guaio si è che, non ne conosciamo la forma nè i colori.

Non perrtanto possiamo credere che i nostri antenati, fedeli ai precetti dell'arte araldica, che tanto allora coltivavasi, lo avessero rosso e bianco quali appunto erano e sono i colori dello stemma.

Intanto però mostreremo che da lunga pezza, e si potrebbe anche dire dal M. E., non si fa più parola tra noi delle comunali insegne. E ciò doveva accadere e accadde in tutto il Regno, ove in quel tempo ogni soffio di vita cittadina andavasi spegnendo. Ma volendo Teramo ora rinalberare il vecchio gonfalone del Comune, dovrebbe adottare i suddetti colori, cioè rosso e bianco e, com'è l'uso più comune, verticalmente e ponendo il rosso vicino all'asta.

 

3. - Stemmi e gonfaloni dei quartieri

Delle imprese di questi non abbiamo notizia anteriore a quella fornitaci dalle relazioni della popolare festa di Sant' Anna, che durò in Teramo per due secoli dalla metà del Sec. XVI a quella del XVIII, relazioni poco varianti tra loro e che possonsi leggere nell'Antinori (12) e nel Palma (13). Prima della metà del secolo XVI, Teramo era divisa in sei sestieri.

Delle. imprese di questi nulla ora sappiamo, ma certo nel M. E., si ricco di simboli, non dovean essi mancare, e chi sa che la citazione sopra riportata del 1369 «cum banderiis explicatis» non alluda anche ai gonfaloni dei sestieri di allora?

In ogni modo, all'epoca più fiorente di quelle feste, Teramo trovavasi già spartita in quattro quartieri e rioni. Si noti però che in quella circostanza si hanno notizie, più che di stemnni e di gonfaloni propriamente detti, delle imprese e de' colori delle divise indossate dagli uomini de' quartieri.

Quello e questi vi appaiono così. Pel quartiere di San Giorgio usavasi una macchina detta Trionfo, rappresentante un Drago alato (allusivo, come pensa il Palma (14), al nome di quel Santo), mentre le divise de' giovani, che l'attorniavano, erano bianche e rosse (l'Antinori loc. cit. 15) dice rosso soltanto). Per Santa Maria l'elefante turrito simboleggiava la torre eburnea della Santa Vergine co' fanti vestiti alla moresca (di nero giusta l'Antinori 16). Per S. Leonardo, la galera, forse perchè quel Santo protegge i servi della pena, cogli uomini vestiti tutti di rosso.

Finalmente per San Spirito, un carro semplice e senza armati e cogli uomini vestiti alla lanza, ossia a vari colori (17); e quello alludeva alla pace, la quale, conchiusa tra le fazioni cittadine nel secolo XVI, fu secondo il Palma (18), la cagione di quella festività divenuta si celebre tra noi e che, per gli inconvenienti soliti di tali gazzarre popolari, fu fatta per l'ultima volta nel 1751 (19).

Si chiudeva la festa col giuoco delle bandiere, rimasto vivo anche oggi in qualche vicino villaggio, siccome Forcella, e che faceva ciascun alfiere dei quattro rioni. Peccato che nè l'Antinori (20) nè il Palma (21) ci dicano i colori e la foggia di queste bandiere: che ci darebbero lume per istabilire quelli che dovrebbero usare oggi la Città e i suoi quartieri. In ogni modo abbiamo nel nostro Archivio comunale serbata una descrizione dello stemma della città e de' gonfaloni, de' i suoi rioni, la quale probabilmente, serviva di guida agli ordinatori della descritta festa e che, sebbene incompiuta, può giovare, perfezionata con le regole dell'araldica, ai pittori di stemmi di Teramo.

 

 

Gonfalone del Rione di San Giorgio. Roseo bianco. Drago alato roseo in campo bianco. Mancano le positure e il colore del Drago, ma questo può farsi rosso sul bianco, per essere tale il O. campo e perchè sul metallo va lo smalto e perché infine i Romani le avevano rosse sulle loro bandiere.

Gonfalone del Rione di S. Maria. Nero e rosso. Elefante caricato di una torre in campo nero. Si faccia sulla parte rossa l' elefante d'argento, sia perchè tal metallo allude all' avorio della sacra torre scritturale, simbolo della S. Vergine, e sia perchè il metallo deve apparire sullo smalto rosso.

Gonfalone de/ Rione di S. Leonardo. Rosso. Galera in campo rosso. Sia la galera fornita, come si dice in linguaggio blasonico, cioè armata di remi e sia d'oro, perchè, tale metallo è il più adatto nel campo rosso.

Gonfalone del Rione di S. Spirito. Giallo, bianco e verde. Torre rettangolare in campo bianco. Sia questa torre della solita forma araldica e, stando nella parte media e argentea del gonfalone, dipingasi verde, giusta l'ultimo colore dello stendardo, giacchè essa non potrebbe essere d'oro, metallo della prima zona del gonfalone, per non potersi usare il metallo (d'oro) sopra metallo (argento). E la torre definiscasi così : Torre merlata di tre pezzi di verde, aperta e finestrata del campo. Tutte le daghe verticali.

 

F. SAVINI

 

1) UGHELLI, ltal sac. in Aprut.

2)  Mem. stor. Abruz., vol. II, cap. VII, par 12.

3) Ginanni, Dell'arte del Blasone alla parola croce, pag. 68.

4) Città di Teramo

5) Muzii, St. di Teramo, Teramo, 1893;

6) Antinori, M. O. M. teram. ms. ad an. 1347;

7) Palma, St. di Teramo, vol.2 pag. 60;

8) Muzii, St. di Teramo, ms. dial. 2;

9) Palma, St. di Teramo, vol.2, pag. 75;

10) Stat. ter.lib. I. rubrica XXV I pub da F. Savini, Firenze Barbera, 1889;

11) Antinori, Mom. msp. Teramo ad ann. 1884 (nella bib. provin. dell'Aquila);

12) Antinori, Mom. msp. Teramo ad ann. 1660 in nota;

13) Palma, St. di Teramo, vol.3, pag. 43;

14) St. di Teramo, vol.3, pag. 43;

15) Antinori, loc. cit.

16) id., ibid.;

17) Alla tedesca, narra l'Antionori (loc. cit.)

18) Palma.

19) Id. Vol. III. pag. 44

20) Antinori, loc. cit.

21) Palma, loc. cit.


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