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Fedele Romani

Colledara

9. Lo studio del padre

 

8. Il padre di Fedele 10. Le persone del villaggio
 

Ritratto di Fedele Romani, eseguito da Gianfrancesco Nardi

donato dallo scrittore a Vincenzo Rosati nel 1876

 

9. Lo studio del padre

Uno dei miei divertimenti in quella semplice e monotona vita del villaggio si era d'insinuarmi nello studio del babbo, quand'egli discorreva coi clienti. Questo studio era una piccola stanzetta, i cui soli mobili erano uno scaffale di grossi libri, mio terrore, un rozzo casellario, che faceva da archivio, un tavolino da scrivere e poche sedie di faggio. Alle pareti erano attaccati, in due sottili e semplici cornici, i ritratti in litografia di Napoleone I e di Maria Malibran: ritratti ingialliti dal tempo e dal fumo, che, quando tirava non so che vento, dalla cucina investiva tutta la casa. Tutti e due i ritratti erano a mezzo busto; e io mi fermavo spesso a guardare quella fronte di Napoleone, a cui dava rilievo la ciocca caratteristica, quella bocca che pareva quasi sorridere, mentre l'occhio fulminava. Chi sa che quel ritratto non abbia contribuito a far germogliare in me quel sentimento di speciale interesse che ho poi sempre provato per il genio e per i casi di quel securo. Quella faccia severa e maschia faceva un bel contrasto con l'altra lietamente giovanile arrotondata della Malibran, vestita alla moda del 1830 o '35: coi capelli raccolti sul colmo della testa, con due grappoli di buccolotti che le coprivano gli orecchi, con la veste largamente scollata e con ampie maniche rigonfie. E quei due ritratti ingialliti erano molto significativi: essi rappresentavano le due più forti ammirazioni, o, diciamo meglio, adorazioni degli anni che avevano preceduto di poco la mia nascita. E noto che lo stesso Re Bomba secondava e favoriva il culto di Napoleone, credendosi lui stesso, come dice un geniale scrittore meridionale, un napoleoncino; e mai nessuna cantante aveva, come tutti sanno, eccitato e entusiasmato gli animi al pari della Malibran, tanto per merito suo, quanto per i tempi, che, per più cause, erano portati, in particolar modo, all'esaltazione delle donne di teatro. Il dire che aveva destato furore e delirio, parlandosi di lei, non è una sconcia metafora.

Nella mia fanciullezza, era ancor piena l'aria degli aneddoti che la riguardavano. E noi risentivamo sempre con molte risa raccontare dal babbo quel che ella aveva fatto a Napoli a un giovine studente, che poi era diventato persona dall'aria molto grave e compassata, ed era stato giudice a Tossicía. Egli, innamorato sino alla follia di quell'astro sfolgorante, passava e ripassava sotto la sua finestra, sempre con la testa all'insù e armato di occhialino. La Malibran l'avvertì, e, un bel giorno, che forse era di migliore umore del solito, gli lasciò cadere sulla testa, con le sue rosee e sottili dita, un guscio d'uovo pieno di farina. Il proiettile colpì nel segno, proprio nel mezzo della lucida tuba romantica del giovinotto, e, rompendosi, lo ricoprì tutto di farina e di ridicolo. Ma l'amore è così fatto che egli fu contento anche di quell'umiliazione: la Diva lo aveva visto, e s'era, non importa il modo, occupata di lui.

Io solevo, a volte, passare delle ore a guardare e sentire i clienti del babbo. Erano uomini, donne, ricchi signori di campagna, gente che non si sapeva bene come facesse a vivere, preti, giovani, vecchi cadenti, bei tipi di robusti cacciatori i quali deponevano il fucile in un angolo del pianerottolo che precedeva lo studio: diabolica tentazione per noi ragazzi. Spesso i contadini arrivavano dalle boscose falde del Gran Sasso coi loro vecchi costumi tradizionali, che, da noi, per le più facili relazioni coi paesi di fuori, si erano in gran parte alterati: cappelli di feltro, alti e a punta, brache fino al ginocchio, corpetto rosso con doppia bottoniera d'ottone. In luogo di cappotto portavano spesso una grossa giacchetta color cannella, con cappuccio e qualche ricamo, fatto di panno ritagliato, di altro colore, per lo più rosso. Le donne avevano il cosiddetto busto con le maniche, le quali erano divise da esso, e si potevano levare, ed erano annodate con nastri di seta a vivi colori. Portavano anche delle gonnelle a piegoline fitte, bene ordinate e disposte. Io guardavo le fronti di quegli uomini, più bianche del resto del viso, perchè difese, per via del cappello, dalla cottura del sole. Essi, mentre parlavano, se era d'estate, ogni tanto cavavano il fazzoletto tabaccoso dal cupo fondo del cappello (era quello il suo posto) e si asciugavano quelle fronti bianchicce, ostinatamente sudate; e intanto venivano narrando a mio padre i casi loro, e mio padre li ascoltava con la sua solita cera bonaria e arguta. Spesso, col discorrere, rinascevano e si rinacerbivano le fiere liti sospese nella speranza di una soluzione legale. Mio padre infrenava con le buone parole quelle bocche pronte ai morsi feroci e cercava di far venire a un buon accordo gli spiriti ritrosi e selvaggi e di sottrarli al danno della lite e dei tribunali. Ma spesso gli accadeva che, dopo d'aver parlato per un'ora, quei contadini, che parevano tutt'orecchi e tutt'attenzione con le folte sopracciglia aggrottate e cogli occhi appuntati e truculenti, gli rifacevano la stessa domanda che aveva provocato quel lungo discorso. Mio padre guardava la volta a botte della stanza, sorrideva e ricominciava da capo.

Talvolta, qualcuno di quei contadini, quando usciva dallo studio e veniva in cucina per riprendere il rozzo tovagliuolo, o il panierino con cui aveva portato le uova o i funghi, si fermava a discorrere con la mamma e con noi ragazzi, e ci parlava della vita che si faceva lassù, alle falde del Gran Sasso, e ci narrava fiere storie di turbini e di valanghe di neve, di morti assiderati, di lupi uccisi o messi in fuga con cupi muggiti e visacci; e, narrando, rifaceva quei muggiti e quei visacci. Al vederli, ognuno si persuadeva facilmente come quei poveri lupi avessero dovuto fuggire senza mai voltarsi.

Non minore era il mio divertimento, quando, in luogo di qualche rozzo contadino, me ne stavo ad ascoltare la conversazione di qualche borghesuccio, più o meno ricco e tondeggiante. Mio padre, tranne in quei casi che si lasciava andare a una faceta familiarità, parlava sempre l'italiano. E il signorotto che discorreva con lui, per non parer da meno, tentava d'imitarlo; ma le forze non sempre l'assistevano, e bisognava vedere che stento alle volte e che fatica! e che comici spropositi risonavano tra i muri di quel piccolo studiolo ! Credo che ne ridesse lo stesso Napoleone. Uno di questi tali clienti attirava in modo speciale la mia curiosità a cagione della lentezza presso che incredibile con cui parlava, per aver témpo di trovare il vocabolo desiderato e non compromettersi. Tra una parola e l'altra passava forse un buon minuto; e quegl'intervalli di silenzio erano spesso riempiti da qualche mio sottile scoppiettio di riso mal represso. Poi, alla fine, il povero cliente, dopo tanti sforzi per mettere insieme un periodo in lingua, chiudeva rapidamente, stanco rifinito, con una frase del più basso dialetto; e il frutto di tanti sudori se ne andava così in fumo a un tratto. Un preposto (che veniva spesso per le sue eterne liti con i contadini della parrocchia, i quali gli rubavano le legna, spesso di pieno giorno, sfacciatamente) era singolare per il costante saluto che gridava a nostra madre, appena arrivato a capo alle scale: - Mille buongiorni, signora comare! - E non se ne andava senza ripetere, immancabilmente:- Conservatevi, signora comare! - Egli aveva lo scilinguagnolo sciolto; ed, essendo fornito di qualche studio, parlava abbastanza bene l'italiano. Ma io mi fermavo a notare, più che altro, la sua strana ricchezza d'interiezioni ammirative, che si succedevano rapide, d'una rapidità crescente, e parevano i colpi d'una filza di castagnuole: - Te', te', te', te'! Vo', vo', vo', vo'... !- Aveva, benchè già vecchio, due guance rigonfie e rotonde; e io gustavo molto una certa somiglianza tra quelle guance del preposto e la faccia d'un gatto rosso e bonaccione che avevamo in casa.

Ma non sempre i clienti di mio padre mi offrivano occasione di ridere: a volte, io li guardavo con aria di profonda ammirazione o di terrore. Questo accadeva quando vedevo presentarsi qualche personaggio di cui avevo più volte udito risonare il nome in qualche terribile storia di briganti, o per il coraggio mostrato contro di loro, o per avere egli stesso preso parte, in maniera losca e clandestina, alle loro imprese. Io fissavo a lungo quei visi fieri, o d'apparenza mansueta; e stavo a sentire quelle voci che risonavano cupe e minacciose e talvolta dolci e come di femmina; e non sempre potevo persuadermi che quelle bocche e quelle voci fossero di ladri e di assassini.

L'apparizione che più eccitava la mia curiosità e il mio terrore, nello stesso tempo, era quella di una strega, della più reputata strega, credo, di tutta la provincia. Si chiamava Pulcheria dei Rossi: i Rossi era il suo villaggio nativo, perduto lassù tra i boschi del Gran Sasso. Io me ne ricordo come d'un fantasma oscuro e pauroso. A quel tempo, nel mio paese, le streghe erano assai più terribili e più frequenti di ora; e questa Pulcheria dei Rossi aveva acquistato la sua celebrità per l'astuzia incredibile con cui s'introduceva nelle case e compieva le sue gesta tenebrose tramutata in gatto, e non sempre dello stesso colore, della stessa grandezza e della stessa voce. Appena che la riconoscevano, le contadine chiudevano in fretta la porta di casa e poi mettevano tra la brace uno spiedo ad arroventare; e, con quello spiedo rosso e scintillante, rincorrevano quel tristo gatto straniero, finchè riuscivano a bruciargli la fronte. Questo serviva, credo, da una parte a togliere in quel momento alla strega tutto il potere malefico, e dall'altra a riconoscerla quando ridiventava donna; perchè, nella tramutazione, le ferite restano. Restano, sì, ma non a una strega della forza di Pulcheria dei Rossi. Essa, la mattina dopo, appariva in pubblico con la sua solita faccia, come se nulla fosse stato; e sulla fronte non c'erano che le solite rughe; nè le amiche, che, con la scusa di ravviarle i capelli, cercavano d'investigare, riuscivano mai a trovarle nessuna traccia di ferite o di cicatrici.

Pulcheria fu l'ultima delle nostre grandi streghe. Poi esse vennero decadendo a poco a poco per il numero e per la qualità. Lo stesso accadde dei mazzimarelli, gemetti furbi, scherzosi e bonarii, piccoli di statura e col berretto rosso in capo, i quali avevano per dimora abituale le trombe dei camini, da dove discendevano frequentemente per dar vita e moto alle cose, per produrre misteriosi, inesplicabili voci e rumori, e per far perdere la pazienza con le loro birichinate alle donne che attendevano alle faccende di casa. Essi si fecero sempre più rari e divennero melensi e storditi, finchè, poi, secondo che, non è molto, mi assicurò una saggia testa di contadino, il Papa la volle far finita una buona volta, e promulgò un decreto con cui li ritirò tutti.

Non era raro il caso di qualche cliente, che, venendo da paesi molto lontani, era costretto la sera ad alloggiare in casa nostra. Tra gli altri mi ricordo di uno che si chiamava Teodoro, il quale arrivava da non so che paese dell'alta montagna, a cavallo a un robusto mulo e con una grossa bisaccia piena di grosse forme di cacio. E lui stesso puzzava di latticinii, e aveva una faccia tonda come una delle sue forme e un ventre che pareva un caratello. Questo Teodoro acquistò una comica celebrità in casa nostra, perchè, una notte, che fu preso improvvisamente da fieri dolori di testa, bisognò, cedendo alle sue insistenti raccomandazioni e preghiere, imbacuccargli la testa con la rozza gonna di lana della serva di casa. Questo era il rimedio che solo gli poteva far passare il dolore.

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Sommario

Introduzione e indice

Testo: 1 - Colledara e il Gran Sasso; 2 - I nonni; 3 - L’eccidio di Brozzi; 4 - L’Italia una e indipendente. Garibaldi; 5 - I briganti; 6 - La famiglia si trasferisce a Teramo; 7 - La madre di Fedele; 8 - Il padre di Fedele; 9 - Lo studio del padre; 10 - Le persone del villaggio; 11 - La chiesa di Colledara; 12 - Il pranzo; 13 - Il ballo; 14 - La vita a Colledara

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