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Fedele Romani

Colledara

11. La chiesa di Colledara

 

10. Le persone del villaggio 12. Il pranzo
 

Ritratto di Fedele Romani, eseguito da Gianfrancesco Nardi

donato dallo scrittore a Vincenzo Rosati nel 1876

 

11. La chiesa di Colledara

Ed ora facciamo insieme una passeggiatina fino alla chiesetta di Colledara, dedicata a San Paolo. Per il villaggio la chiesa ha più importanza che non per la città. A parte il sentimento religioso che, davanti a quel continuo spettacolo della natura con le sue mille voci arcane, davanti a quelle sublimi profondità del cielo stellato, non ingombro di muri e di fili elettrici, è certamente più sincero e più puro, se non sempre più profondo; a parte dico questo sentimento, che dà al tempio un aspetto e un valore che nessuna mano d'artista potrebbe mai; ci sono tanti altri ardori istintivi dello spirito umano che nelle città trovano la loro soddisfazione in vario modo, nel villaggio tutti si acquietano nella chiesa. Solo nella chiesa è un organo che con le sue voci, siano pur rozze e stridenti, con le sue voci che si sono ascoltate fin dalla prima età, riempie lo spirito di tenerezza e di speranza infinita; solo nella chiesa sono dei quadri con figure che ci son note e care come persone di famiglia; nella chiesa c'è il profumo dell'incenso, così pieno per solito di parole e di ricordi misteriosi; c'è lo spettacolo, così ricco di scintillii e di colori, delle solenni funzioni; nella chiesa si ascolta una parola più alta e più nobile di quella che ci suona all'orecchio nella vita quotidiana, e solleva e contenta lo spirito avido d'idealità, anche quando esso non giunge a penetrarne l'arduo concetto; solo nella chiesa si sogliono veder raccolti tutti insieme tanti visi di belle giovinette, vestite delle spoglie festive, e con un'espressione diversa da quella della vita ordinaria: un'espressione che rispecchia la grandezza e il mistero che tutto invade e riempie in quel luogo, così differente da tutti gli altri. La stessa rozzezza di esso par che contribuisca a dar forza ai sentimenti che può destare: un'arte squisita e raffinata forse li soffocherebbe o li porterebbe in un piano più basso.

La chiesetta di Colledara è posta sopra una piccola collinetta, della stessa altezza, presso a poco, di quella dello stesso Colledara; e sorge a poca distanza da esso; e riunisce ed accentra, e per così dire organizza, tutto un gruppo di piccoli villaggi, che, dal nome della chiesa, si chiamano di San Paolo; e son disposti quasi in linea retta, ma descrivono allo stesso tempo, in profondità, una curva a guisa di festone, di cui Colledara è all'uno dei capi e Ìlii dall'altro. Nel mezzo, sono, in luogo più o meno basso, Carancia, Pantani e Chiovano. Colledara e Chiovano hanno tutti e due per conto loro una piccola chiesetta: ma S. Paolo è la chiesa madre e, per così dire, la cattedrale. Essa non forma, per altro, una parrocchia, ma una semplice cappellania, aggregata alla parrocchia di Castiglione della Valle. Il cappellano non vi abita, ed è custodita da un romito che ha la sua dimora in un romitorio annesso alla chiesa. S. Paolo è chiesa antichissima, come risulta da una piccola lapide, scoperta non è gran tempo, la quale la dice edificata nel 1200 da un Alberghetto di Hadria, probabilmente Atri dell'Abruzzo, e non Adria del Veneto. Una volta doveva essere tutta dipinta, secondo l'antico costume; e io mi ricordo di aver visto alcuni indizii di pitture semplici e rozze. Al tempo della mia fanciullezza la chiesa era quale l'avevano ridotta i restauri del '600, di quel secolo che vide il mondo sotto un aspetto così diverso dagli altri, e portò l'opera sua rinnovatrice, sempre piena d'un profondo desiderio di sontuosità e di ricchezza, fin nei più remoti e poveri villaggi. II seicento, avido di luce e di splendore, aveva imbiancate le antiche rozze pitture, le quali col tempo si vennero poi stanche e curiose riaffacciando qua e là; e aveva aggiunto secondo il suo solito, altri altari all'unico che v'era prima, e li aveva tutti arricchiti di ornamenti architettonici in legno dorato e colorato, con colonne a torciglioni, adorne di tralci, coi soliti cornicioni spezzati, con le volute e i grassi angioloni.

Ai principii dell' 800, fu aggiunto un organo, abbastanza armonioso e grande per una chiesetta di campagna. Esso fu collocato lungo la parete destra.

Le campane di S. Paolo sono tre: la grande, la mezzana e la piccola; e sono disposte in ordine decrescente in un campanile a vela, che sorge sopra la facciata. La campana grande ha una voce baritonale, piena di sentimento e di fremiti profondi; e, quando suona sola. e a distesa ed echeggia per la Valle, chi l'ascolta si ferma pensoso e unisce a quella voce le immagini e i ricordi più nobili e più cari che serba in fondo al cuore.

Ho detto che la chiesa ha per il villaggio un valore ben più alto che non faccia per la città: lo stesso si può, e con più ragione, affermare per le campane. La campana per poter dir le sue parole più dolci e profonde, ha bisogno d'aver dintorno la quiete verdeggiante delle valli e dei colli; ha bisogno di accordarsi con gli accenti misteriosi del fiume, coi profumi e gli scintillii dell'alba, col fulgore meridiano, con le messi ed i grappoli d'oro, ha bisogno della musica dei milioni d' insetti che amano cantare tra l'erba e la pace dell'emisfero tenebroso; ha bisogno del fumo dei casolari, che sorge in spire azzurrognole e tranquille verso il cielo. La più poetica indicazione d'ora, che forse sia stata concepita da mente umana, l'immortale Era già l'ora.... non è stata certo ispirata da una campana che risonava dentro mura cittadine. Nelle città il suono delle campane sì perde ignobilmente tra il rumore della vita, tra i fischi dei tram, tra lo scalpitio dei cavalli, tra le grida dei rivenditori e le-bestemmie dei vetturini; pochi loro badano, pochi le ascoltano; e i più maledicono la loro voce e le loro grida insolenti e pettegole, e si turano gli orecchi per non ascoltarle. Ma quella stessa voce, causa di disturbo e d'imprecazioni, se arriva a varcare il limite estremo di quei rumori che la ricoprono o snaturano, e s'allontana lentamente nei campi, riprende i suoi diritti come per prodigio, e si veste anch'essa, come la voce dell'umile e solitaria chiesa del villaggio, di profonda e soave poesia; e saluta, con tenere parole d'amore, il pellegrino che parte o ritorna.

Risento ancora la misteriosa voce della campana di S. Paolo, che annunziava l'alba: i suoi tocchi erano leggieri 'e smorzati; qualcuno se ne perdeva ogni tanto; e pareva provassero dolore di dover richiamare all'angoscia quotidiana i lavoratori stanchi, che in quell'ora più che mai sentivano serpere per tutta la persona un'ineffabile necessità di sonno e di riposo. I tocchi che annunziavano l'alba, erano in realtà gli stessi di quelli della sera, sia per il timbro, sia per il numero e per il modo com' erano divisi e aggruppati: prima tre, poi quattro, poi cinque, poi finalmente uno. Eppure quanta diversità di sentimenti in quelle due ore estreme del giorno erano suscitati da quelle voci, per se stesse, così eguali fra loro ! E io pensavo talvolta al sublime spettacolo di quel suono che di vetta in vetta, di valle in valle precorreva o seguiva il cammino glorioso del sole, fasciando tanta parte del globo, in duplice e inversa direzione, dell'eterna risonanza d'un saluto pieno della più profonda musica d'amore.

La sera del sabato e di tutte le principali vigilie, dopo l'ultimo tocco solitario, che scendeva e si posava sul cuore come una calda lagrima; a un tratto, le campane, quasi improvvisamente, prese da nuovo e contrario pensiero, e quasi pentite di essersi troppo abbandonate al dolore, irrompevano tutte insieme in uno scoppio di voci allegre e di risa, piene di conforto e di promesse. E quel contrasto dei due suoni, serviva a far meglio sentire al lavoratore la gioia della libertà e del riposo.

Ogni tanto, all'improvviso, mentre il sole, forse, irradiava ancora i monti e le campagne, quélle campane intonavano un lugubre pianto sconsolato: qualcuno era morto; e quel suono in mezzo a quel verde e a quella luce faceva riaffacciare all'anima distratta il pauroso mistero della vita e della fine delle cose. Le porte e le finestre si aprivano e da ogni parte si domandava: - Chi è morto? - Era spesso una morte prevista e aspettata; ma, ciò non ostante, quell'affermazione precisa le dava quasi il carattere d'un fatto nuovo e inaspettato; e si presentava alla mente attonita, col colore e l'immobilità cadaverica, quel viso che eravamo soliti di vedere nel caldo movimento delle passioni e della vita. Ma, nonostante la piccolezza di quei villaggi e la scarsezza della popolazione, non erano infrequenti i casi che il pianto delle campane precorresse ogni annunzio di malattia, tanto la morte era stata repentina e inopinata. Allora lo sgomento era più profondo, non sentendosi, in quell'istante, nessuno più sicuro, neppur nella più florida salute, e ognuno pensava confusamente che i morti e i vivi non sono due classi di esseri divise e distinte, e che la vera dimora dell'uomo è la tomba.

Il pensiero della morte occupa anch'esso, nelle campagne, più profondamente lo spirito, che non faccia nella vita cittadina: a questo contribuisce, tra l'altro, l'importanza che assume la chiesa e le sue funzioni, e la monotonia della vita in genere. Al tempo della mia fanciullezza s'aggiungeva l'uso, ancor comune nei villaggi, di portare a sotterrare i morti col viso scoperto, o, ma di rado, coperto d'un velo molto trasparente. Mi ricordo ancora la curiosità paurosa con cui dalla finestra io solevo fissàre quelle teste che tentennavano e quei visi improntati a un'espressione che non avevo loro mai conosciuto in vita: era, dirò così, la strana espressione del viso che non ha più nessuna espressione: non era ira, non era dolore, non era sorriso, non era orgoglio, non era soddisfazione, non era pace; non era nessuna di queste cose: era la morte. A ognuno pareva di trovarvi un'espressione secondo la propria fantasia: chi diceva che il morto pareva dormisse; chi; che sorridesse; chi, che mostrasse l'angoscia dell'ultimo istante; ma la verità era che il morto aveva un'espressione la quale nella vita non esiste. Solo in chi dorme lampeggia a volte la strana aria del viso che per noi non esprime più nulla; e perciò, a fissar bene un viso di persona dormente, par qualche volta di vederlo a un tratto sotto un aspetto del tutto nuovo, e si sente correre per la vita un vago senso di terrore.

Ma in nessun momento la campana grande di S. Paolo mi riempiva l'anima di sentimenti così vasti e sublimi, come quando essa sonava a distesa per scongiurare la minaccia del temporale. La campagna è tutta bionda ed odorosa di mèssi mature; l'uva e l'oliva hanno già allegato; ed ecco, a un tratto, il cielo si fa scuro di cupi nuvoloni, e qua e là stranamente biancastro e gialliccio. Monte Corno, col capo e gran parte della fiera persona nascosta tra le nuvole, urla parole terribili d'ira e di minaccia, e il rimbombo di quelle parole riempie la Valle di ghiaccio e di sgomento. Quel terribile nume di pietra, assalito da uno sdegno inesplicabile all'uomo, ribolle e ansa nelle oscure profondità del suo petto, e ne freme tutta la fosca persona, dove sono accennate e confuse le linee e le forme di tutti i sentimenti, di tutte le passioni, di tutti gli affetti, tutti in lotta fra loro, e tutti desiderosi dell'ultima vittoria. E al cupo rimbombo delle minacce seguono i subitanei serpeggiamenti dei baleni. Le campagne dintorno curvano il capo silenziose, atterrite di quello sdegno che esse non possono nè sanno infrenare.

Ma ecco, a un tratto, da quelle tenebre e da quel silenzio si leva una voce di pianto, lunga, insistente: è il pianto di tutte le mèssi, di tutti gli alberi, di tutti gli animali, di tutti i cuori umani, riuniti in una voce, in un pianto solo; e la campana l'invia e l'offre con la sua bocca di bronzo al nume coronato di nubi e di saette. Non sempre il selvaggio petto del Dio s'intenerisce a quel suono; e spesso, fatto più furioso dalle stesse preghiere, scatena più fiera la furia della grandine e della tempesta. Ma, a volte, il suono lamentevole della campana, cui s'aggiunge un frequente scoppiettar di fucilate, arriva a toccare le cupe viscere di pietra; e le nubi si dileguano, e il Gran Sasso riappare con la faccia nuda e ricomposta, benchè con l'aria ancora stanca della terribile convulsione che l'ha agitata e stravolta.

La mattina della domenica, dai cinque villaggi detti Ville di S. Paolo si vedevano, tra le querce e le siepi, altrettanti rivi variopinti che, come raggi, si dirigevano verso il centro, il quale era la vecchia e buona chiesa. Il rivo che partiva da Colledara si riuniva, a un certo punto, con quello di Carancia, poi con quello dei Pantani, e così ingrossato e arricchito, arrivava a S. Paolo. Dall'altra parte, giungeva, accresciuto di quello di Chiovano, il rivo che muoveva da Ìlii. Tutti erano vestiti a festa: le contadine portavano in capo un grosso fazzoletto bianco piegato a fisciù, smerlato e ricamato, e con le cocche non annodate sotto il mento, ma tenute lunghe distese e riunite sul petto con le mani. Gli uomini erano vestiti della loro solita saia turchino cupo: d'estate la giacchetta non era infilata, ma gettata sulle spalle; e gli zaotti, per più bravura, la portavano su di una spalla sola.

La parola zaotto serve a indicare il contadino giovane, bravaccio e scapestrato, e all'occasione, ubriaco e violento. Egli esercita la sua professione la domenica e le altre feste comandate. I giorni ordinarii, i suoi impeti di giovanile energia si sfogano attraverso la zappa contro la gran madre, o attraverso la scure e le seghe contro le antiche querce, oppure contro i poveri e pazienti muli, che essi guidano come garzoni delle famiglie agiate; ma, il giorno di festa, quell'energia abituata a uscir fuori, raddoppiata dal vino, diventa insolente minaccia contro l'uomo, e non sempre minaccia solamente. Lo zaotto ha la sua eleganza provocante e spavalda: lunga fascia rossa avvolta in più giri attorno alla vita e ricadente su un fianco, e un piccolo cappello a cencio, con un largo nastro, sulle ventiquattro e tre quarti, e con la tesa rialzata sul davanti. Nella tasca destra dei pantaloni potete esser sicuri che c'è il coltello. Ma soprattutto è necessario che lo zaotto abbia la pipa in bocca: essa è per lo più di creta e con lunga cannuccia. La pipa fa sì che egli possa tener la bocca costantemente atteggiata a quel sentimento di beffa per tutto l'universo, che ha nell'anima; e i frequenti e fetidi nuvoli di fumo che volano dalle sue labbra e si disperdono nell'aria, simboleggiano le schiere dei suoi avversarii che si squagliano davanti a lui. Insieme col fumo spesso volano le bestemmie, compagne indivisibili della spavalderia; e, poichè son dirette contro Dio e i santi, gente, d'ordinario, superiore alle offese, hanno il vantaggio di mostrare una gran forza e un gran coraggio in chi le pronunzia, senza, d'altra parte, esporlo a un sicuro pericolo. Lo zaotto è quasi sempre innamorato; e, spesso, la sua bollente energia, la sfoga, ahi purtroppo ! sulle spalle della sua sposa (fidanzata), come caparra di quelle che poi le darà quando sarà sua moglie.

Se era d'inverno e le strade erano fangose o ricoperte di neve, le persone più agiate, nonostante la breve distanza tra i villaggi e la chiesa, andavano a messa a cavalla. Le donne cavalcavano, non sedute, ma alla maniera degli uomini. È incredibile l'avversione che, dalle mie parti, avevano, e credo continuino ad avere, i cosiddetti signori, o galantuomini, per l'andare a piedi. E la prima cosa che un contadino faceva, appena si«sentiva sufficientemente ricco, era di comprarsi una cavalcatura e di andar mostrando attorno sulla sella, a ogni piccola gita che dovesse fare, la bella pancia nascente. Una persona agiata a piedi destava sorpresa e pietà: o era diventato matto, o, poveretto, era stato obbligato dal bisogno a vendere il mulo o la giumenta. Anche il prete, fosse pure di famiglia molto povera, doveva, per mantenere il suo prestigio, andare a cavallo: e non era raro il caso di vedere un prete, giovane, bello e tondo, a cavallo a una bestia tirata per la cavezza dal fratello o dal vecchio padre.

Noi di casa uscivamo tutti insieme per andare a messa, ma non prima d'esser chiamati dalla piccola squadra di parenti che venivano dall'altra frazione del villaggio, da Colledara propriamente detto. Essa s'avanzava lentamente, come richiedeva il carattere, dirò, sacro della passeggiata; e, appena dalle finestre la vedevamo spuntare, finivamo in fretta di metterci in pronto. Nella squadra si distingueva, in modo speciale, donna Maria Giuseppa, famosa per la pinguedine che le affogava la testa tra i due immensi cocomeri del seno. Parlava e respirava a fatica, camminava a fatica, mentre le sottane andavano in qua e in là, con ritmo cadenzato e malinconico, come se sonassero a morto. E c'era anche Pettodoro, un signore sulla sessantina, così chiamato per vezzo della madre, fin da bambino, in luogo di Teodoro, che era il suo vero nome. E il nomignolo gli rimase fino alla morte. Egli aveva il viso sbarbato e lungo, che veniva avanti prima del resto della persona; e, la domenica, in segno festivo, metteva la tuba, sempre vecchia anche quando era nuova. Allora la tuba era d'uso comunissimo, e la portavano anche i giovanetti di quattordici o quindici anni. Pettodoro, era un buon amministratore dei suoi beni, messi insieme con una vita di privazioni e di risparmii; ma, nello stesso tempo, era stato, e, credo cercasse di essere ancora, in quella sua tarda età, un infaticabile conquistatore di serve e di contadine. Quella lunga faccia di Pettodoro si vedeva, infatti, lampeggiare nella maggior parte dei giovanotti e delle giovanette di quel tempo. La tuba che aveva in capo, gli metteva il desiderio di parlar l'italiano, e in ciò mostrava gli indizii d'un ingegno inventivo che non si poteva non deplorare fosse andato così miseramente perduto. Tra le parole inventate da lui ricordo il verbo messare per sentir messa. - Avete messato?- egli domandava a quelli che incontrava la domenica.

Durante il tragitto per andare a messa, mia madre e le parenti discorrevano tra loro con familiarità che pareva affettuosa. Esse non si vedevano d'ordinario durante la settimana; e, perciò, la domenica, avevano sempre qualche cosa da dirsi. Ciascuna di esse parlava soprattutto di quello che servisse meglio a mostrare il benessere della propria famiglia e fosse capace di destare invidia nel cuore delle altre. I discorsi più frequenti si aggiravano sulla qualità e quantità delle minute provviste di casa che ciascuna allestiva, e variavano secondo le stagioni. E si vedevano, ogni tanto, accendersi negli occhi e nelle gote vivi lampi di gelosia, mentre la bocca tentava malamente di sorridere. D'inverno, si parlava di salsicce, prosciutti e mortadelle; d'estate, di conserva di pomodori, di fichi secchi, di lino e biancheria. Qualche volta, la schiera domenicale che proveniva da Colledara basso, dovendo, come ho detto, passare, per andare a messa, davanti a casa nostra, era costretta a subire lo spettacolo doloroso di una vera esposizione di vassoi di fichi e di conserva di pomodori, che seccavano al sole in una specie di piazzetta davanti la casa. Ma quei cuori amareggiati così crudelmente trovavano subito modo di vendicarsi; per altro, sempre tra sorrisi, serbando sempre un tono di deferenza rispettosa.

Arrivate alla chiesa, le signore andavano subito dentro e si disponevano nelle panche di loro proprietà. I contadini non avevano panche: la panca era un segno di distinzione, e appariva col primo apparire dell'agiatezza. I contadini restavano in ginocchio per tutto il tempo delle funzioni: le donne con tutti e due i ginocchi; gli uomini, per lo più, e specialmente gli zaotti, con un ginocchio solo.

Dicevo, dunque, che, arrivate alla chiesa, le signore infilavano subito la porta. I signori, invece, se ne salivano sulla loggetta del romitorio, e là facevano due chiacchiere, aspettando che la messa entrasse. Parlavano di qualche strascico di brigantaggio, che si faceva forse sentire nelle macchie vicine, parlavano di tasse, di raccolta, e qualcuno osava anche d'affacciare qualche suo progetto di governo. Poi, quando si sentiva il cenno della messa, tutti entravano in chiesa, e, per distinguersi in qualche modo dalla folla, si recavano in sagrestia, la quale era dietro 1' altar maggiore, e comunicava con la chiesa per due porte sempre aperte; e là ascoltavano la messa seduti su panche collocate torno torno alle pareti: solo all'elevazione si inginocchiavano, ma con un solo ginocchio, e i più giovani si limitavano ad abbozzare una mezza genuflessione.

Questo era l'uso più antico; ma poi avvenne una rivoluzione. A un tratto, non ricordo bene per qual ragione immediata, i signori, tranne qualche conservatore ostinato, abbandonarono la sacrestia e si ridussero tutti alla cantoria dell'organo, da dove sentivano la messa affacciati come da una terrazza. Questa nuova posizione offriva il vantaggio che non faceva perdere lo spettacolo delle funzioni e dei fedeli, e soprattutto delle fedeli che assistevano alla messa, tanto più che, essendo l'organo collocato a una parete di fianco, molti visi, per quanto, naturalmente, raccolti in atto di penitenza, potevano esser visti. E bisogna dire che questo vantaggio non fosse piccolo davvero, perchè, per esso, ognuno si rassegnava al tristo odore umano che saliva dal basso a far motto al naso: odore caprino e oleoso formato di aliti guasti e di emanazioni pestifere di teste unte e corpi e abiti sudici; e non soltanto di questo; perchè i morti aggiungevano l'opera loro assidua, e più che mai proficua e feconda, per avvalorare quella dei vivi. I morti, in quel tempo, erano sotterrati nelle chiese; e S. Paolo aveva sotto il suo pavimento tre larghe, e profonde fosse, cosiddette carnaie, dove i morti erano gettati alla rinfusa: i morti comuni; poichè per i signori si scavavano, nei piccoli cantucci di pavimento che rimanevano liberi, depositi speciali. Naturalmente le fosse erano chiuse con la solita pietra quadra, munita di anello nel mezza; e gli orli venivano ingessati perchè non uscissero esalazioni; ma, come suole avvenire in questi casi, l'ingessatura non sempre era fatta bene; il pavimento non in tutti i punti era in buono stato; e le orribili esalazioni trovavano modo di aprirsi una via e di portare ai vivi il sospiro dei morti. Ma, anche senza quel tristo odore, che l'incenso non arrivava a coprire, chi avrebbe potuto mai non rivolgere il pensiero all'orrendo spettacolo che si nascondeva sotto quel pavimento? I morti erano gettati, come ho detto, alla rinfusa; si levava la pietra, e giù, come cascavano cascavano: non erano neppure accompagnati con funi, o altro che fosse, perchè non si rompessero il collo o la testa. Ed è facile immaginare in quali tragiche, strane e grottesche posizioni dovevano, laggiù in fondo, venirsi a trovare quegli uomini, quelle donne, quei giovinetti, quei bambini, che in vita s'erano amati od odiati. Due nemici accaniti erano forse costretti a stare a bocca a bocca, beffardamente riuniti dalla morte; la giovinetta, con gli occhi sbarrati, come per raccogliere un raggio di luce, allungava ansiosa le braccia per cercare il suo amico, che giaceva lontano da lei attraverso la sua rivale, bella anche dopo la morte; la madre, la figlia, la sorella, riversa in sconcio atteggiamento, davanti al figlio, al padre, al fratello; il bambino con la faccia schiacciata sulla faccia di colui che l'aveva riempito di spavento il giorno che gli era passato morto davanti all'uscio di casa, e gli aveva turbato con tristi visioni i sonni innocenti.... Questi fantasmi, od altri consimili, passavano per la mia mente di giovinetto, mentre il prete diceva la messa e le contadine mormoravano le loro rozze e semplici preghiere. L'odore incognito e indistinto saliva intanto fino a me insieme con quello dell'incenso; e la Madonna parlava coi Re Magi nell'altare di faccia.

Quelle fosse, ogni tanto, erano naturalmente vuotate e, in certo modo, ripulite per far luogo ai nuovi morti; e le ossa e gli altri resti venivano depositati in una specie d'ossario, che era nel vuoto di un muro della sacrestia; ma, una volta, non so bene perchè, forse perchè anche l'ossario era ormai pieno, i resti più minuti della ripulitura furono senz'altro gettati in mucchio in un fianco della chiesa, dove non c'era porta e dove la gente, per solito, non andava. Accanto al mucchio delle ossa, mi ricordo, c'era un piccolo mucchio di pietre, quante ne può portare un mulo in una volta sola; e la voce pubblica diceva, che, di notte tempo, v'erano state trasportate dal Tale dei Tali, che, avendo avuto un figliuolo dalla sua fidanzata, vivo o morto che fosse nato, l'aveva sotterrato lì, accanto al muro della chiesa, perchè non fosse lontano da ogni benedizione; e che poi aveva ricoperto e nascosto con quel carico di pietre la terra smossa di fresco e rimasta senz'erba.

Noi ragazzi ci divertivamo un mondo a saccheggiare quel mucchio di ossa umane, a giocare alle piastre con esse, e a spaventarci a vicenda, a rincorrerci, agitando con la mano un pezzo di cranio o di stinco. E non era raro il caso che mettessimo in tasca qualche falange di dito o qualche altro ossicino, e che portassimo la malsana curiosità e lo spavento fin tra le mura domestiche. Con questa assidua operosità quelle sciagurate reliquie non tardarono in pochi anni a sparire del tutto; e io sono profondamente persuaso che, il giorno del Giudizio, esse saranno fra quelle a cui riuscirà più difficile di ritrovarsi e riconoscersi; e tutto per causa nostra.

La messa, per solito, durava poco, perchè nelle feste ordinarie essa era semplicemente bassa; e poi il prete, che veniva da un paese lontano un paio di chilometri, aveva fretta di tornarsene a casa e non stava a perdersi in tante lungaggini inutili, come sogliono fare, per paura del vescovo, i preti delle città. La messa cantata era tenuta in serbo per le feste propriamente dette, le quali erano piuttosto frequenti per quella naturale aspirazione di tutti i villaggi a uscir dalla solita semplicità e monotonia di vita, a vedere un po' di gente di fuori e far un po' di ribotta. Ciascuna delle statue di santi, venerate nella chiesa, aveva la sua rendita propria per provvedere al suo giorno festivo: ma, poichè non di rado -essa era scarsa e insufficiente, si suppliva con l'elemosina. II procuratore, ossia il deputato della festa, sceglieva un paio delle più fresche e fiorenti ragazze della cappellania e le mandava attorno alla cerca del grano, del granturco, dei legumi, e anche del danaro. Chi poteva dir di no a quelle belle ragazze? Quando si presentavano in un'aia dove si trebbiava il grano o si schiccolava il granturco, quando si presentavano, dico, rubiconde di gioventù e di fatica, non c'era bisogno che aprissero bocca per chiedere: il grano e il granturco correvano da sè dentro le canestre. Oltre la cerca, alcune volte si soleva fare anche il pallio: una specie di lotteria su una rozza immagine a olio del santo, alla quale, per maggiore attrattiva, era attaccata nella parte superiore, una fila di monete d'argento. L'immagine, su tela senza cornice, era sospesa, come un labaro, a un'asta, e portata attorno a raccoglier firme, mentre un violino, sonando la saltarella, disponeva gli animi più ritrosi ad impeti di generosità. Quei pallii erano quasi tutti opera di uno specialista del genere, chiamato don Abbondio: il don, come si sa, nelle provincie meridionali si dà anche ai secolari ed ha il semplice valore del signor o sor delle altre regioni. Di questo don Abbondio, non si può dir che il nome gli si appropriasse bene, come è stato detto del tanto più famoso suo omonimo; perchè, mentre la parola Abbondio, forse per la sua affinità con abbondare e abbondanza, fa pensare ad alcun che di grosso e di rotondo, egli era una figura stranamente lunga e allampanata, e con le guance affossate, sulle quali stentava la vita, come per mancanza di nutrimento, una misera vegetazione di barba bionda. L'insieme della figura poteva far pensare a quella assegnata dal Dorè al suo don Chisciotte. Egli viveva, oltre che coi pallii, facendo stemmi per municipii, cartelli per botteghe, per porte d' ufiizii, ecc. Non era forte, poveretto, in ortografia; e con l'anarchia ortografica in vigore in Italia, non è, a dir vero, facile di esserlo; ma non aveva la forza di confessarlo; e un giorno, che doveva dipingere su un cartello Gabinetto del Sindaco, per le due prime lettere, e anche per la terza, tutto andò benissimo; ma in quel punto egli fu sorpreso da un pensiero profondamente angoscioso e si fermò: -- Con quanti b si scriverà mai questa parola? - Tre volte tentò di riprendere il disegno, ma per tre volte tornò ad arrestarsi. Finalmente, fattosi coraggio, chiamò il sindaco, che scriveva in un tavolino accanto, e, con aria indifferente e disinvolta, tenendo gli occhi sul disegno e dando gli ultimi tocchi alle lettere già fatte: - Quanti b, signor Sindaco, - domandò, -- quanti b vogliamo metterci?

Ma bisognava compatirlo, perchè egli, più che pittore di cartelli, era pittore di pallii, e nei pallii non andava scritto nulla. In questi egli era veramente maestro. Non sempre, però, quelle bestiacce di contadini la volevano intendere. Una volta egli venne a questione con un deputato di festa, appunto per un pallio, mi pare di S. Antonio. Il deputato sosteneva che le guance del santo erano troppo rosse, tanto che pareva avesse bevuto; e non voleva accettare il lavoro. Il povero don Abbondio, che oltre a dover combattere a volte coi contadini, combatteva sempre colla fame, cercava di difendere come poteva l'opera sua; ma il contadino, duro. Finalmente, non so se spontaneamente, o per consiglio di qualcuno, pensarono di rimettere a me il giudizio, a me che essi ritenevano capace, perchè avevo già fatto qualche anno di studii in una città vicina. Vennero; e don Abbondio, dopo avermi esposto con non poche difficoltà per le furiose interruzioni del contadino, tutta la questione, svolse davanti a me il rotoletto della tela. Io guardavo sorridendo con benevolenza; e, pensando alla fame di don Abbondio, appoggiavo le sue ragioni. Il contadino, ostinato, si rassegnava male anche al mio giudizio; e, allora, don Abbondio, con l'aria di chi parla a chi se n'intende al pari di lui: - Questo signore, - mi disse, accennando il contadino e alludendo alle guance rosse di S. Antonio, --- questo signore non sa ch'io seguo la scuola fiamminga. - Scuola fiamminga, era per lui la scuola delle fiamme e dei colori accesi.

Il contadino vinto e sconcertato da quelle parole misteriose, finì per accettare il quadro, e, per quella volta, o, meglio, per quel giorno, don Abbondio fu salvato dalla fame. Ma non andò molto, e seppi che egli, poveretto, in un momento di delirio e di disperazione, stretta tra le braccia l'unica sua figliuola, oramai quasi giovinetta, s'era gettato da una finestra: lui era morto sul colpo e la figliuola era rimasta storpia per sempre.

La mattina della festa, i tamburi, la gran cassa e uno o più fischi davano, per tempo, il segnale della solenne ricorrenza: questa era la musica: di bande, allora, ce n'erano poche e, appunto perchè rare, pretendevano d'esser pagate bene. Solo ogni dieci o quindici anni, con somme via via pazientemente risparmiate, si poteva chiamare una banda.

I tamburi facevano il giro dei villaggi; e tutti, destandosi a quel fracasso indiavolato, si sentivano aprire il cuore al lieto pensiero degli abiti nuovi che dovevano indossare, e al desinare più ricco e odoroso del solito che li attendeva: desinare, che, nelle case più agiate, era annunziato anch'esso fin dall'alba, dai colpi della mezzaluna che preparava il battuto, o tritava la carne per le polpette, o da un acuto odore di soffritto.

Tra quei tamburieri ce n'erano a volte veramente dei bravi: i più avevano servito come tamburini néll' esercito. Bisognava sentire che agili rulli, che colpi secchi e robusti a tempo e luogo; e come balzava, a quei tocchi gagliardi, il cuore e i fianchi delle contadine, desiderose che venisse l'ora della saltarella! Ma nessuno possedeva con tanta sicurezza tutte le sonate tradizionali, nessuno era più esperto maestro del tamburino soprannominato, non so perchè, il Turco. Questo Turco, oltre che per la sua bravura nel maneggiar le bacchette, aveva acquistato una straordinaria celebrità per una sua quasi incredibile prova di sangue freddo.

Una notte, tornando da non so che paese, dove era stato a sonare per non so che festa, gli accadde, mentre seguiva con l'occhio atterrito le brune siepi, i bruni alberi, e i lontani monti e le colline, che gli danzavano intorno, come spesso gli accadeva quando tornava dalle feste, gli accadde, dico, di non guardar bene per terra, di mettere il piede in fallo e di precipitar dentro una vecchia fornace. Appena fu nel fondo, ed ebbe, nonostante l'oscurità, una qualche cognizione del suo stato, la paura lo guarì quasi subito dello stordimento causato da quella strana danza allo scarso lume delle stelle; e, mentre pensava al modo di potersi cavare da quel brutto impiccio; ecco che precipita giù qualche cosa di più scuro ancora della scura fornace; e, lì per lì, al veder risplendere la fosca luce di due occhi terribili e al sentir un sordo brontolio, pensò d'esser caduto nell'inferno, e che quello fosse il diavolo che tornasse a casa; ma dopo qualche minuto dovè persuadersi che quel diavolo non somigliava punto al mostro che egli aveva visto più volte dipinto sotto i piedi di S. Michele Arcangelo, e che somigliava, invece, moltissimo a un lupo. Allora si ricordò (ma tutto questo avvenne in un lampo) che i lupi, i quali fanno paura a tutti, hanno anch'essi paura, alla loro vólta, di due cose: del fuoco e del suono del tamburo. Egli non aveva fuoco, ma ben aveva con sè il fido tamburo, che portava a tracolla, e che era, naturalmente, caduto con lui. Allora, prima che il lupo avesse il tempo di riaversi e di acquistar piena conoscenza del suo compagno di prigionia, afferrate le bacchette, sì diè con tutta forza a stamburare; e cosi, senza mai smettere un solo istante, stamburò tutta la notte, esaurendo e ripetendo più volte tutto il suo repertorio. Il lupo, tenuto in riguardo da quel suono, gettava, sì, lampi dagli occhi e digrignava ferocemente, ma se ne stette sempre rincantucciato in un angolo di quell'oscuro fondo, il più lontano che poteva da quella tempesta. All'alba, finalmente, la gente, richiamata da quella insolita musica di guerra, che sul primo non si capiva bene da dove venisse, trovò modo di uccidere, o di far prigioniero il lupo, e di salvare il Turco.

Dopo d'aver fatto il giro dei villaggi, svegliando i poltroni e annunziando a tutti, anche a quelli che non lo volevano sentire, la gioia della solenne giornata, i tamburini si riducevano sul sagrato della chiesa, e là, col loro trrinn tà tà, trrinn tà tà.... bum bà bà, bum bà bà, bum bà bà, bàaaaa ! si preparavano a ricevere le file vario pinte dei fedeli, che arrivavano d' ogni parte per la messa. cantata. I passi di quest' ultimi, senza che se ne avvedessero, si venivano accordando via via con quel suono e con quelle battute; e, così, tutti s'avanzavano con movimenti sincroni ed ordinati: solo facevano eccezione il gruppo dove si trovava donna Maria Giuseppa, il quale, invece della cadenza dei tamburi, seguiva il lento dondolio della vasta sottana di lei.

I cantori della Chiesa erano, d'ordinario parecchi; tutte, si può dire, le persone adulte che ascoltavano la messa dalla cantoria dell'organo. Tra essi spiccavano il capitano della Guardia Nazionale e Giammichele, avvocato di Conciliazione e scrittore pubblico, l'uno per i toni bassi e autorevoli e le variazioni sul Kyrie eleison; l'altro per la forza e la resistenza dei suoi urli che arrivavano senza dubbio fino al paradiso. Ma, secondo le ragazze, nessuno vinceva la voce squillante del parroco, che andava diritta al cuore come il pugnale d'un brigante, specialmente nelle delicate sfumature dell'Ave maris stella. Sedeva all'organo una faccia sbarbata, all'antica, la quale si ostinava a portare, pendenti alle tempie, due buccolotti di capelli ereditati dalla moda dei nonni. Il proprietario di quella faccia e di quei buccolotti sapeva tre sonate: una serviva ad accompagnare il passo ed il movimento dei tre preti che uscivano di sagrestia in abito di parata; l'altra veniva eseguita all'elevazione; e l'ultima, nel momento della confusione dell'uscita; ed era spesso condannata ad accompagnare le parole che i giovinotti facevano scivolare sui seni, o insinuavano tra i capelli delle belle ragazze, e non sempre le parole soltanto. Ma la sonata di cui io serbo memoria più viva, è quella dell'elevazione: essa incominciava timida e vergognosa; poi, a poco a poco, si faceva sempre più coraggio e si alzava, si alzava come fa il canto dell' usignuolo, fino a toccare altezze vertiginose; quando era al colmo, trrum! discendeva repentinamente, precipitando in rovina. Poi riprendeva da capo la salita; e così via, per tutti quei minuti di solennità e di raccoglimento. Intanto, giù in chiesa si sentivano i terribili colpi dei pugni che si sferravano da se stessi sul petto i contadini; le campane sonavano tutte a distesa; i tamburi, il fischio e la gran cassa non volevano in nessun modo rassegnarsi a lasciarsi vincere dalle campane; e, mentre il fischio si faceva, coi suoi sibili, le più alte beffe di loro, i tamburi e la gran cassa ordinavano il bombardamento. E triplicate file di castagnole e di mortaretti eseguivano spietatamente quegli ordini truculenti coi rabbiosi loro scoppii, che facevano sobbalzare fino i cocomeri di donna Maria Giuseppa.

Dopo la messa, aveva luogo la processione; tamburi avanti, e stendardi rossi, bianchi, azzurri, spiegati al vento; e via a passo di marcia per quelle belle strade di campagna, ombreggiate da siepi lussureggianti e da antiche e buone quercie pensose. Al parroco non piaceva di perder tempo: mezzo giorno s'avvicinava; bisognava poi tornare indietro, svestirsi, dare delle disposizioni; e avrebbe dovuto far aspettar troppo per il pranzo la famiglia che l'aveva invitato. Le povere statue che prendevano parte alla processione, non parevano approvar molto quella fretta, e, agitandosi con tutta la persona e dimenando le braccia, sembrava volessero dire: - Per carità, non correte così, che, la fretta .... l'onestate ad ogni atto dismaga.

Ma, più esse supplicavano, e più quelli che le reggevano sulle spalle, sudati, rossi, affaticati, erano costretti a correre dietro quel furioso batter di tamburi e dietro le lunghe gambe del parroco. La statua della Madonna del Rosario, con lo sguardo levato al cielo, si raccomandava a suo Figlio che la liberasse da quel martirio: S. Antonio di Padova minacciava di gettar a terra il Bambino, se non la facevano finita; ma era come parlare ai sordi: trrinn tà tà, trrinn tà tà•....

S. Paolo possedeva tre statue mobili. Chiamo mobili le statue che possono mutar di luogo e si possono trasportare, per distinguerle da quelle ornamentali, che restano sempre immobili nel posto loro assegnato dall'artista. Di queste ultime la chiesa di S. Paolo ne ha due, nella decorazione dell'altar maggiore: S. Pietro e Paolo. L'uno, con la barba corta e grigia e col cranio calvo, tiene in mano le chiavi false che gli servirono per rubare un prosciutto, che a Gesù Cristo disse d'aver trovato; e Gesù l'obbligò a gridare per le strade: --- Chi ha perduto un prosciutto? -- Ma S. Pietro, furbo, gridava, sì, ad alta voce: - Chi ha perduto … - ma mormorava appena: - un prosciutto; - e così il padrone non si fece vivo, e il prosciutto rimase a Pietro. L'altro santo, calvo anch'esso, e pensoso, ma con lungo barbone scuro, tiene ancora in mano l'enorme spadone con cui tagliò l'orecchio a un fariseo.

La chiesa di S. Paolo, dunque, aveva tre statue mobili: la Madonna del Rosario, S. Antonio e la Madonna di Costantinopoli; ma quest'ultima, benchè fosse qualche volta cavata dalla nicchia del suo altare e collocata in mezzo alla chiesa, non era mai portata in processione, perchè, nonostante che fosse vestita anch'essa di seta e di raso e coperta di collane, e portasse la corona d'argento, aveva il corpo, dicevano, tutto di pietra, e pesava troppo. Questa era una statua singolarmente miracolosa, ma piena di pauroso mistero e piuttosto brutta di viso. E questa bruttezza accresceva il suo prestigio.

Dicono che la paura abbia fitto r numi; è naturale, quindi, che, almeno per le popolazioni rozze, i numi più accreditati siano i più brutti e deformi, come quelli che fanno più paura. Le popolazioni selvagge, infatti, rappresentano i loro Dei, i quali spesso non sono altro che le anime degli antenati, d'una bruttezza inconcepibile e terrificante. I numi belli apparvero tardi nel mondo; e, nei luoghi dove vollero stabilirsi, ebbero a sostenere una lunga ed ostinata battaglia coi brutti. Finalmente i brutti furono vinti, messi in catene e imprigionati nelle più oscure regioni della terra, e si dette loro il nome di demonii. Ma i demonii non sono stati numi per nulla: essi trovano il modo di richiamare ogni tanto la bruttezza agli onori dell'incenso e degli altari. E furono appunto i demonii che infiammarono, un giorno, gli animi degli abitanti del villaggio chiamato il Petto. Questo villaggio, lontano da Colledara 4 o 5 chilometri, è posto sulle rive del Mavone ed è abitato da una gente strana, o, per lo meno, assai diversa da tutte le altre della regione. I più vogliono che essa fosse in principio una banda di zingari, che lì si accamparono e poi finirono col costruirvi delle case e col rimanervi per sempre. Certo che, tanto per il tipo del viso, quanto per il modo di fare e per le abitudini essi hanno non poco dello zingaresco. Sono di carattere violento, portato alle liti e anche al sangue; e, in generale, vengono temuti e guardati piuttosto alla larga. Esercitano malvolentieri l'agricoltura; e i più vivono, appunto come gli zingari, vendendo e comprando bestiame, esercitando il commercio della gruma e della feccia del vino, e di altri prodotti agricoli del luogo, e cercando di vincer tutti con la loro inarrivabile furberia. Inclinati ai sentimenti subitanei e passionali, sanno amare con la stessa violenza con cui sanno odiare; e, se vi sono amici, potete fidare, senza restrizione, nel loro appoggio e nel loro aiuto.

Tra le cose che essi amavano d'un amore antico e irremovibile, era la statua di S. Lucia, vecchia statua in legno, altrettanto brutta quanto miracolosa. Ma, un bel giorno, il vescovo mandò nel paese un parroco, che manifestò subito di non aver la testa bene a posto. Egli concepì un odio inesplicabile per quella S. Lucia, che era vissuta tanti anni tranquilla e gloriosa sul suo piedistallo di legno, e pensò di farne scolpire un'altra più bella, almeno secondo lui, e di metterla al suo posto. E così fece, infatti. Ma non furono della stessa opinione i Pettinarí: così si chiamano gli abitanti del Petto. II giorno che giunse da non so che paese la nuova statua, e che bisognava rimuovere e mettere a riposo nella casa del parroco la vecchia; tutto il villaggio insorse come una bestia sola, con vanghe, zappe, badili, falci, travi, forche contro quel pazzo miserabile del parroco: -- Vogliamo la Santa Lucia vecchia, vogliamo la Santa Lucia vecchia ! Abbasso la Santa Lucia nuova ! Abbasso questa p … questa porca svergognata. - E non ci fu verso: il parroco, bianco.... anzi più bianco, certamente, della sua camicia, si dovè affacciare alla finestra e giurare che la Santa Lucia vecchia non sarebbe stata mossa dal suo posto. Così fu sedata la tempesta; e i demonii ridevano e si stropicciavano le nere unghiate mani dalla gioia.

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Sommario

Introduzione e indice

Testo: 1 - Colledara e il Gran Sasso; 2 - I nonni; 3 - L’eccidio di Brozzi; 4 - L’Italia una e indipendente. Garibaldi; 5 - I briganti; 6 - La famiglia si trasferisce a Teramo; 7 - La madre di Fedele; 8 - Il padre di Fedele; 9 - Lo studio del padre; 10 - Le persone del villaggio; 11 - La chiesa di Colledara; 12 - Il pranzo; 13 - Il ballo; 14 - La vita a Colledara

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